Comunicazione ai tempi del Coronavirus

Comunicazione ai tempi del Coronavirus

Dicembre 2019: un nuovo virus compare a Wuhan, in Cina.

Con l’inizio del nuovo anno abbiamo assistito ad un aumento dei contagi nell’intero globo, fino a quando il 30 gennaio l’Organismo Mondiale della Sanità ha dichiarato lo stato di emergenza globale.

In una situazione così delicata dobbiamo ammettere che la comunicazione ha una funzione fondamentale.

Per definizione di Luigi Anolli, psicologo ed accademico italiano, la comunicazione è uno scambio interattivo fra due o più partecipanti, dotato di intenzionalità reciproca e di un certo livello di consapevolezza, in grado di far condividere un determinato significato sulla base di sistemi simbolici e convenzionali di significazione e di segnalazione secondo la cultura di riferimento.

In sintesi, lo cambio di informazioni dovrebbe essere una leva efficace per la gestione di un’emergenza attraverso una corretta informazione dell’opinione pubblica, grazie all’utilizzo dei diversi canali a disposizione per una divulgazione preventiva all’avanguardia.

 

L’uso dei mezzi digitali per ridurre i tempi di informazione

Nel ventunesimo secolo i mezzi digitali, con il loro costante aggiornamento, svolgono un ruolo cruciale.

Possiamo comunicare abbattendo le distanze arco temporali, ma soprattutto in un periodo storico in cui tutto sembra essere in stand-by a molti viene data la possibilità di lavorare in smart working, senza fermare l’economia del paese.

Nel 2020 internet ed i new media ci appartengono a tal punto che cerchiamo qualsiasi notizia su un motore di ricerca e la trasmettiamo in pochissimi secondi a chiunque vogliamo.

Potremmo quasi definirci “digital dipendenti”.

Si tratta di un mondo che offre una serie di infinite bisogna ma ricco di nemici insidiosi da contrastare, come fake news, panico, allarmismo ed altri comportamenti scorretti.

Regole di buon senso per l’utilizzo dei canali di comunicazione

 

È importante contrastare la disinformazione e la paura perché portano, in casi analoghi a quello attuale, all’esplosione di fenomeni di violenza ed alimentano casi di razzismo.

 

Regola numero 1: non bisogna interpretare informazioni trasmesse da tv, radio, giornali, siti internet, portali, social network, oppure messaggi e divulgarle.

 

Regola numero 2: fare chiarezza ed affidarsi unicamente a fonti attendibili.

I cittadini hanno il diritto di entrare in possesso di informazioni veritiere e non di vedersi riportare “bufale” specialmente con argomenti di questo genere e natura, la cui distorsione può generare non solo allarmismi per la propria salute, ma anche per la tutela economica e sociale di un’intera nazione già duramente provata dalla situazione generale.

 

Regola numero 3: non credere a tutto quello che il web propone.

Facciamo un passo indietro agli inizi del 2020: incendi in Australia, crisi iraniana, crisi libica, scioglimento dei ghiacciai con temperature raggiunte in Antartide mai registrate finora e poi è arrivato lui il Coronavirus che ci ha traumatizzati facendo scoppiare il finimondo.

 

Tutte queste notizie hanno portato con loro una serie infinita di dettagli non attendibili che – purtroppo – in assenza di una controprova siamo portati a credere e a condividere.

 

Il motivo che porta le persone alla stesura di fake news

Esistono diversi motivi che portano gli utenti alla stesura e divulgazione di fake news.

La principale, indubbiamente, è quella economica: titoli fuorvianti ma allo stesso tempo accattivanti, su temi forti ed attuali possono indurre le persone a cliccare per leggere la notizia.

È importante sapere che i clic generano traffico sul sito: ospitando la notizia falsa il traffico viene indubbiamente monetizzato.

Altre motivazioni possono anche essere più sleali e pericolose.

Diffondere notizie parziali o senza fondamento alcuno possono pilotare l’interesse pubblico e – quindi l’opinione del lettore – su questioni delicate.

Possiamo quindi parlare di coronavirus ai tempi dei social” O forse di “social ai tempi del coronavirus”.

 

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